NON investire in titoli NON quotati

Generalmente (ma non sempre) gli investimenti non sono buoni o cattivi in senso assoluto ma possono essere un buon investimento o un pessimo investimento in base al momento (timing) in cui si effettua l’investimento stesso. Quindi quali sono gli investimenti da non fare mai in modo assoluto?
Molti investitori purtroppo non prendono in considerazione questa affermazione che potrebbe essere equiparata alla prima legge della finanza e cioè “non investire in titoli non quotati“.
Per l’investitore medio questa affermazione probabilmente non ha un particolare significato ma a livello finanziario racchiude un’infinità di rischi, anzi probabilmente è il rischio più grande che possa assumersi un investitore perchè riguarda la liquidità.
La peculiarità di un investimento finanziario (e in parte questa affermazione la possiamo anche utilizzare per investimenti nell’economia reale) deve essere quella di poter essere liquidato (cioè venduto) in ogni istante in modo da poter limitare le perdite, capitalizzare i profitti o per disporre immediatamente del contante frutto del disinvestimento.
Questo concetto ai più sembra di poca utilità ma vediamo di fare degli esempi che chiariranno le idee.
Prendiamo in esame le 4 banche fallite nei mesi scorsi, TUTTI gli investimenti fatti dalle persone che si ritengono “truffate” sono tutti investimenti in titoli finanziari NON QUOTATI cioè titoli venduti ai risparmiatori ma poi non scambiati sui mercati finanziari, molte banche spacciano questa cosa come una sicurezza contro la speculazione invece è totalmente il contrario.

I titoli non quotati più utilizzati
Generalmente i titoli non quotati sono quelli venduti da una banca (in genere si parla di istituti medio piccoli) ai propri clienti, siano essi azioni (dove acquistandoli si diventa soci della banca stessa per la quota parte di azioni acquistate) oppure molto più spesso obbligazioni (cioè prestiti che il cliente fa alla banca in cambio di interessi e del rimborso del capitale al termine del prestito, per i poco avvezzi alla finanza possiamo definire le obbligazioni un mutuo al contrario dove il cliente presta il denaro all’istituto bancario, il quale lo impiegherà in altre attività come finanziamenti ad altri clienti).

Cosa sono i titoli quotati
Tutti gli istituti bancari più grandi (ed anche tutte le altre aziende) quotano i loro titoli sui mercati finanziari dopo che sono stati emessi.
Questo significa che le azioni e le obbligazioni delle banche più grandi e delle grandi aziende, dopo essere vendute all’asta agli investitori, vengono inserite nei listini borsistici dove chiunque le può compravendere durante tutto il corso della giornata in base ai prezzi di mercato (cioè in base a domanda / offerta reale in quel momento).

Questo è fondamentale per l’investitore per 2 motivi:
1) posso vendere a prezzo di mercato il mio titolo in ogni momento ad un altro investitore interessato se ho necessita di chiudere l’investimento per qualsiasi motivo (non lo ritengo più interessante, ho necessità di denaro, credo che a breve sopraggiunga una crisi e quel titolo non è più sicuro, ecc ecc)
2) in ogni istante ho la possibilità di sapere il valore che il mercato in quel momento attribuisce a quell’investimento, quindi in caso di ribassi riesco a capire che è presente una situazione di crisi per quell’azienda o nel mercato in generale e viceversa in caso di rialzi mi rendo conto che il mio investimento o il mercato è in ottima salute (e posso anche decidere di vendere a qualcun’altro e capitalizzare i guadagni).

Titoli non quotati
Per i titoli non quotati quanto detto in precedenza non è possibile, quando una banca vende un’azione o un’obbligazione a un investitore, il titolo non viene quotato sul mercato ma è semplicemente un contratto stipulato tra cliente/investitore e istituto bancario con una data di scadenza precisa (per le azioni l’investimento è a tempo indeterminato in cambio di dividendi) e fino a tale data l’investitore non può uscire dall’investimento stesso (in realtà il cliente può chiedere alla banca la chiusura anticipata del contratto ma non è detto che la banca accolga la richiesta visto che l’istituto o trova un altro cliente a cui vendere il titolo, oppure lo deve ricomprare dall’investitore cosa che generalmente una banca non fa visto che quel denaro è impiegato in altre attività).
Inoltre il valore dei titoli non quotati (non essendo sul mercato) viene calcolato in modo arbitrario dall’emittente (cioè dalla banca stessa) in base ad algoritmi interni abbastanza aleatori.
Il problema di fondo è che quel titolo sul mercato può avere un valore completamente diverso da quello segnalato dalla banca e nel caso fosse necessario liquidare realmente il titolo (ammesso di riuscire a venderlo per quanto detto in precedenza), il denaro che riusciremmo ad ottenere potrebbe essere anche inferiore di decine di punti percentuali o addirittura 0 nei casi estremi di fallimento, anche se magari pochi giorni prima la banca segnalava un valore elevato.

Per capire possiamo fare un esempio pratico, durante la crisi del 2008 le azioni di società quotate (e in modo minore anche le obbligazioni) vedevano le loro quotazioni scendere per effetto della crisi, viceversa i possessori di azioni e obbligazioni non quotate vedevano il valore del loro investimento ancora allineato al prezzo di acquisto iniziale.
Di facciata sembrerebbe che il secondo investimento è nettamente migliore rispetto al primo ma in realtà è proprio l’opposto perchè appunto il prezzo dei titoli non quotati è un prezzo di facciata espresso arbitrariamente dalla banca (in realtà quel titolo non essendo sul mercato non lo possiamo vendere a quel valore) mentre nel caso degli strumenti quotati abbiamo un valore reale a cui possiamo vendere immediatamente il nostro investimento.
Ammettiamo che in caso di crisi la nostra obbligazione quotata perda il 20% perchè rispecchia il rischio di fallimento del nostro emittente, se siamo convinti che questo possa accadere possiamo immediatamente vendere l’obbligazione sul mercato perdendo si il 20% del valore ma tutelando il restante 80% che possiamo utilizzare in un investimento differente.
Nel caso di un’obbligazione non quotata la crisi non sarebbe visibile, l’emittente a cui abbiamo prestato i soldi potrebbe essere in fallimento ma segnalare un prezzo dei titoli costante (essendo l’emittente stesso a definire il prezzo).
In questo caso l’investitore in un primo tempo crede di aver fatto un investimento migliore rispetto ai titoli quotati ma in realtà quando il fallimento si materializza questi titoli potrebbero passare dal 100% del valore a 0 immediatamente (senza possibilità di uscire dall’investimento perdendo tutto il capitale, cosa che invece è possibile fare con investimenti quotati limitando le perdite).
Emblematico è appunto il caso delle 4 banche fallite il cui management ha sempre rassicurato gli investitori proprio utilizzando questo paragone ed evidenziando il prezzo dei titoli quotati di altre banche in discesa rispetto ai loro titoli con prezzi ancora immutati, purtroppo come abbiamo visto il loro valore immutato era completamente fasullo perchè in realtà era pari a zero.
Sarebbe come cercare di vendere oggi una casa ai prezzi pre crisi, tale prezzo è solo di facciata perchè quel denaro non lo otterrò mai da nessuno quindi è un valore irreale.

Ricapitolando un titolo non quotato non andrebbe mai comprato di principio quindi prima di effettuare un investimento in asta verificare sempre se questo titolo successivamente verrà quotato o meno, se la quotazione non è prevista evitare l’acquisto a prescindere da ogni altra considerazione.
Se tutti gli investitori perseguissero questo obiettivo tutte le banche sarebbero costrette ad emettere solo titoli quotati migliorando la trasparenza di tutto il sistema (visto che non quotare un titolo nasconde sempre qualcosa di poco chiaro).

Precisazione importante
Fondamentale segnalare una cosa: tutti i fondi pensione, di investimento, assicurativi, le gestioni separate e i conti deposito non c’entrano nulla con quanto detto fin’ora.
I fondi sono sì strumenti non quotati di per se, ma sono dei “contenitori” gestiti da professionisti che inglobano strumenti quotati mentre i conti deposito sono conti correnti a tutti gli effetti protetti fino a 100 mila euro dal fondo di tutela dei deposti.
Quindi per completezza evidenziamo che questi strumenti non c’entrano nulla con quanto specificato sopra (la trasparenza, i costi e la possibilità di disinvestimento di alcuni fondi è anch’esso un tema complesso ma esula da questo contesto).
Quando si parla di titoli non quotati ci si riferisce generalmente ad azioni e obbligazioni di emittenti bancari medio piccoli e siccome nel nostro paese sono ancora presenti tantissimi titoli gestiti in questo modo (si parla di decine di miliardi di euro) era doveroso l’accenno alla poca trasparenza e al forte rischio insito in un investimento di questo tipo che spesso riporta valori aleatori e che è molto difficile dismettere prima della scadenza, assorbendo su se stetti il totale rischio di fallimento per tutto il periodo di tempo dell’investimento stesso.

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Ricordiamo che gli investimenti possono comportare il rischio di perdita del capitale.

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