Lo scenario finanziario dell’uscita dall’euro e del ritorno alla lira

Cerchiamo di delineare uno scenario economico finanziario sul possibile ritorno alla lira e alle valute nazionali in europa.

Chi parla solo di svalutazione monetaria (che già in se significa svalutazione del risparmio e del potere d’acquisto con relativo aumento dei prezzi) tralascia completamente che il passaggio dall’euro alla lira è un cambio valutario e non una semplice svalutazione quindi tutti i contratti (soprattutto i crediti/debiti) possono essere ridenominati nella nuova valuta solo se tutti i debitori/creditori sono favorevoli a questa modifica, se così non fosse un contratto deve essere onorato nella valuta in cui è stato stipulato (in ogni parte del globo un contratto non può essere modificato unilateralmente una volta stipulato).
Questa è la differenza sostanziale rispetto ad una svalutazione senza cambio valutario, infatti in una svalutazione all’interno della stessa moneta i contratti non subirebbero nessuna modifica e non ci sarebbe nessun problema di questo genere.
Per fare un esempio (tralasciando inflazione e interessi) se ci prestano 100 euro siamo tenuti a restituire 100 euro e non possiamo decidere di nostra spontanea volontà di restituire 100 dollari (a meno di non essere entrambi d’accordo) perché sarebbe come ricevere carne anche se ho chiesto del pesce. Se poi i 100 euro hanno un valore differente l’anno successivo non è un problema del debitore visto che l’accordo era la restituzione dei 100 euro.
Questa è la differenza tra svalutazione e cambio valutario, tutti i contratti di credito e debito attuali sono stipulati in euro e quindi devono essere restituiti in quella valuta, stessa cosa se fossero stati contratti in lire.
Quando ci fu il passaggio dalla lira all’euro i governi imposero a tutti i creditori e debitori dell’eurozona di accettare un cambio contrattuale da valute nazionali ad euro.

Situazione italiana
Attualmente l’italia ha con i creditori circa 2150 miliardi di euro di debiti (vedi articolo), inoltre come abbiamo visto in precedenza il debito è per circa il 75% in mano a risparmiatori italiani cioè il debito dello stato italiano è il risparmio dei cittadini italiani che lo hanno acquistato direttamente comprando btp o tramite fondi pensione o di investimento (il resto è in mano estera), quindi lo stato italiano possiamo dire che per la maggior parte ha un debito con i propri cittadini (o con le rispettive banche che gestiscono il loro risparmio).
Tutto il debito attualmente in mano ai risparmiatori è espresso in euro che è una moneta molto forte rispetto alla lira (essendo una moneta che raggruppa anche paesi come germania e francia ha un potere d’acquisto e quindi un valore superiore alla lira).
Ammettiamo per assurdo che fosse sufficiente una notte per il passaggio alla lira e che il governo imponesse la nuova valuta il giorno seguente sganciandola dall’euro, sul mercato del forex (il mercato mondiale delle valute) la lira perderebbe subito molto valore rispetto all’euro perchè sarebbe la valuta del solo stato italiano che ha un’economia peggiore rispetto a quella europea.
In un breve lasso di tempo la lira potrebbe perdere dal 20% al 50% rispetto all’euro con una conseguente perdita di potere d’acquisto di risparmi e stipendi il cui cambio avverrebbe in modo fisso prima della svalutazione del mercato.
Oltre al fatto che questo causerebbe un elevato aumento dei prezzi di tutti i beni importati e soprattutto dell’energia (se la nuova moneta nel caso peggiore perdesse il 50% del valore, comprare energia e beni dall’estero potrebbe aumentare relativamente il costo tasse escluse), quello che potrebbe far fallire quasi istantaneamente il paese è il debito pubblico e privato (un esempio è l’argentina).
Come abbiamo detto in precedenza, attualmente il debito (che non dimentichiamo essere in mano a milioni di risparmiatori italiani o direttamente o indirettamente tramite gli istituti bancari) è denominato in euro che è una moneta con un valore molto più elevato della lira.
Se si passasse alla lira il pil del paese, gli stipendi e i prezzi (aumentati per quanto riguarda le importazioni) sarebbero espressi nella nuova valuta ma per il debito sorge un problema perchè come abbiamo visto all’inizio dell’articolo il debito è un contratto stipulato tra le due parti in euro.

Debito in euro
A questo punto se il debito rimanesse in euro lo stato fallirebbe molto velocemente (come nel caso argentino) perchè un paese che crea ricchezza in una valuta con valore minore come la lira non può matematicamente riuscire a pagare un debito in una valuta con valore maggiore come l’euro. Per fare un esempio numerico, attualmente il debito italiano è circa 2150 miliardi di euro con un pil di 1600 miliardi di euro e quindi il rapporto debito/pil è 135% (già molto elevato di per se).
Se si passasse alla lira e il debito rimanesse in euro bisognerebbe fare un cambio valutario per ripagarlo (cioè sarebbe come ripagare un debito in valuta “estera” con rischio di cambio), se la lira perdesse il 50% del valore (caso peggiore ma possibile) il pil ricalcolato con il cambio lira/euro sarebbe molto più basso cioè circa 800 miliardi di euro e se consideriamo il debito di 2150 miliardi capiamo subito che il rapporto debito/pil sarebbe oltre il 250% cioè fallimento certo, da notare che è stato tralasciato tutto il discorso sui debiti privati (mutui familiari e di impresa) che in ogni caso sarebbe analogo.
A questo punto lo stato sarebbe costretto (come fatto in argentina) a ristrutturare il debito (che ricordiamolo ancora essere attualmente il risparmio di molti cittadini), questo vorrebbe dire non restituire tutti i debiti ai creditori ma solo una parte in modo da riportare il debito/pil sotto il 100% e derubando gli investitori non restituendo parte di quello che hanno investito in precedenza (il ragionamento attuale è stato fatto senza considerare il 25% di debito in mano estera, la quale non accetterà mai di non vedersi restituiti i propri risparmi causando una crisi diplomatica molto forte).

Debito in lire
La seconda possibilità che ha lo stato sarebbe quella di modificare unilateralmente il debito e ridenominarlo in lire ma anche in questo caso si otterrebbe un esproprio ai danni dei creditori risparmiatori che vedrebbero un investimento fatto in euro trasformato in lire con una perdita secca in base alla svalutazione che subirà la nuova valuta.
In entrambi i casi precedenti si colpirebbero i risparmi degli italiani (e in parte esteri) per salvare lo stato.

Esempio pratico
Per capire meglio la situazione possiamo fare questo esempio, lo stato italiano ha bisogno di 200 euro per far fronte alla spesa pubblica (ricordiamo che casi come “mafia capitale” intascano soldi pubblici), 100 euro riesce a reperirli con la tassazione mentre gli altri 100 euro li ottiene a debito (tramite le aste, vedi articolo) chiedendoli al mercato. In pratica il signor mario rossi (o un banca che gestisce i suoi risparmi) decide di usare i suoi 100 euro di risparmi per prestarli allo stato con la promessa che ovviamente gli vengano restituiti con interessi.
Nei due casi precedenti lo stato non restituirebbe i 100 euro di risparmi al signor mario rossi ma nel primo caso (in cui il debito rimanesse in euro) ne restituirebbe di meno mentre nel secondo caso (in cui il debito fosse trasformato in lire) restituirebbe si l’equivalente dell’investimento in lire ma nel mentre la lira si è svalutata quindi se con 100 euro potevo acquistare x merce con l’equivalente in lire posso acquistare x merce – il valore della svalutazione cioè il signor rossi è in entrambi i casi più povero.
In entrambi i casi lo stato ha risolto il problema dell’indebitamento “derubando” i risparmi del cittadino  che diventerà più povero mentre lo stato tornerebbe in possesso della moneta e questo gli consentirebbe di tornare nuovamente ad effettuare politiche discutibili di spesa pubblica improduttiva che ci hanno condotto alla situazione attuale (vedi articolo) a meno di non riformare lo stato per renderlo simile alle altre potenze occidentali.

Caso più probabile
Arrivare a queste due situazioni è molto improbabile perchè il debito pubblico (bot, btp, ecc ecc) è quotato sui mercati finanziari e può essere compravenduto in ogni istante (vedi articolo).
Il solo annuncio di un ritorno alla lira susciterebbe negli investitori questi due scenari, i risparmiatori e i gestori bancari sanno che un ritorno alla valuta nazionale decurterebbe i loro risparmi perchè il valore della lira sarebbe molto più basso dell’euro ed è per questo che nei giorni in cui circolano voci di possibili vittorie di partiti politici antieuro i mercati crollano, i debiti dei paesi a rischio vengono venduti e di conseguenza i tassi di interesse aumentano.
Se l’italia dichiarasse l’intenzione di effettuare un referendum sull’euro l’emorragia di capitali sarebbe tale che molto probabilmente il fallimento arriverebbe prima del giorno del referendum stesso.

Perché le vendite sui titoli di stato
Attualmente tutti gli investimenti italiani sono in euro, l’investitore sa che se venissero cambiati in lire questi avrebbero un valore minore anche del 50% (sarebbe come cambiare oro con argento) e quindi cerca di vendere tutti gli investimenti che ha in italia prima che si materializzi questo scenario per tutelare i risparmi, comprando investimenti all’estero in monete differenti che non hanno questo rischio.
La motivazione dei continui crolli dei mercati del sud europa è da ricercare in questa spiegazione, ogni volta che un paese minaccia l’uscita dall’euro viene inondato di vendite per paura di perdere i risparmi e tutto questo paradossalmente avvantaggia la germania perchè molto del denaro tolto dai paesi che minacciano l’uscita dall’euro viene impiegato in investimenti tedeschi dove in caso di fine dell’euro ci sarebbe il ritorno al marco che è la valuta più forte d’europa che tutelerebbe i risparmi.
Da queste poche righe possiamo capire che queste continue voci antieuro sono un vantaggio per i tedeschi e un boomerang per i paesi che le esprimono visto che parte del boom economico tedesco di questo periodo (oltre alla forza della sua economia dovuta anche a riforme radicali che la germania ha fatto nel decennio passato) è proprio dovuto a questa migrazione di denaro dai paesi che continuano ad esprimere una posizione antieuro verso la germania per tutelarsi da un’eventuale svalutazione.
Se i paesi del sud europa dicessero in modo netto che l’euro non è in discussione, molto denaro uscirebbe dalla germania per ritornare nei mercati periferici come quello italiano e questo potrebbe permettere al paese di tornare a crescere (in ogni caso anche le riforme sono fondamentali ma eliminare il problema della svalutazione sarebbe fondamentale per poter ripartire e attrarre capitali).
Se l’euro non fosse in discussione non ci sarebbe nessun rischio di svalutazione (l’euro è fisso e insostituibile) quindi i mercati del sud offrirebbero maggiori possibilità di guadagno rispetto a un mercato tedesco cresciuto oltremodo solo per mettere al sicuro i risparmi.

La speculazione sul ritorno alla lira
Inoltre molti risparmiatori anche italiani che detengono risparmi all’estero stanno speculando su questa situazione sperando che il ritorno alle valute nazionali si materializzi per incrementare i guadagni.
Tralasciando le tasse, attualmente per un risparmiatore detenere 100 euro in germania o in italia non fa nessuna differenza.
Ma se per caso l’euro crollasse e si tornasse alle valute nazionali i 100 euro depositati in italia sarebbero cambiati in lire con una svalutazione elevata mentre in germania sarebbero cambiati in marchi che consentirebbero una rivalutazione.
Facendo un esempio numerico (considerando per semplicità un cambio 1 a 1) se si tornasse alle valute nazionali un risparmiatore in germania avrebbe 100 marchi mentre in italia 100 lire.
Siccome sul mercato la lira perderebbe subito valore rispetto al marco si potrebbe avrebbe una situazione dove con 100 marchi si potrebbero ottenere 150 lire.
Paragoniamo ora due risparmiatori italiani aventi entrambi un risparmio identico di 100 euro, uno detenuto in italia e uno in germania. Se il giorno successivo l’euro non esistesse più, il risparmiatore con denaro in germania avrebbe 100 marchi mentre quello in italia 100 lire.
Se il risparmiatore con il denaro in germania lo spostasse successivamente in italia, con il cambio avrebbe 150 lire mentre quello con i risparmi in italia avrebbe le sole 100 lire iniziali.
Questo dimostra che a parità di risparmio, chi detiene liquidità in germania (o in svizzera o anche in inghilterra) potrebbe aumentare la sua ricchezza sperando nel ritorno della lira e facendo ritornare gli investimenti in italia successivamente sfruttando il cambio.
Questa possibilità è risaputa nei risparmiatori ed è una delle motivazioni per cui molti investimenti attualmente non vengono in italia ma vanno in germania quindi paradossalmente, a differenza di quanto crede molta opinione pubblica, continuare ad inneggiare alla fine dell’euro causa un deflusso di capitali dall’italia verso altri lidi in attesa di questo possibile scenario causando una recessione che si avvolge su se stessa ed è una delle motivazioni che crea lo spread tra i vari debiti pubblici e cioè fra bund tedeschi e btp italiani (vedi articolo) dove gli investitori vendono il debito italiano per comprare quello tedesco sperando in un ritorno alle valute nazionali e guadagnare come spiegato in precedenza.
Questa situazione è stata la base della crisi del debito del 2011 (vendita spasmodica dei titoli di stato italiani per comprare titoli tedeschi) che stava portando al fallimento lo stato italiano, scongiurato solo dall’intervento della bce tramite draghi che ha garantito l’acquisto dei titoli di stato in difficoltà nel caso la situazione degenerasse (vedi articolo) ma la possibilità di disgregazione dell’euro non è ancora scongiurata totalmente e questa è una delle cause del persistere della crisi.


Ricordiamo che gli investimenti possono comportare il rischio di perdita del capitale.

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