PIR (Piani Individuali di Risparmio): acquistarli o investire in autonomia e impatto che avranno sui mercati

In questi primi mesi del 2017 tutti parlano della possibilità di investimento nei PIR (piani individuali di risparmio) per la nuova legislazione che consente di NON pagare l’imposta sul capital gain del 26% sui guadagni se si mantiene l’investimento nei PIR per almeno 5 anni.

Per chi non sapesse cosa sia il capital gain è la tassa che si paga sulla differenza tra il prezzo di vendita di un investimento e il prezzo di acquisto (in pratica è la tassa che si paga solo sul guadagno derivato dall’investimento, se si ha una perdita quindi nulla è dovuto), essa è del 26% per tutti gli investimenti finanziari esclusi i titoli di stato per cui è presente una tassa agevolata del 12,5%.

Per fare un esempio se comprassimo un titolo azionario per 10 mila euro ed esso arrivasse a valere 15 mila, il capital gain del 26% andrebbe pagato solo sul guadagno effettuato e cioè su 5 mila euro che sarebbe 1300 euro di tassazione. Nulla è dovuto se l’investimento rimanesse 10 mila euro o se il suo valore diminuisse essendo la tassa del capital gain dovuta sui soli guadagni.

Con la nuova legislazione sui PIR, se si mantiene l’investimento per almeno 5 anni la tassa sul capital gain del 26% non è dovuta anche sui guadagni (in pratica l’investimento precedente renderebbe 5000 euro e non 5000 euro – 1300 di tassazione).

Come funzionano i PIR

Le risorse raccolte in un piano individuale di risparmio, potranno essere investire in diversi strumenti finanziari, come azioni, obbligazioni, quote di fondi di investimento e anche conti correnti bancari:

  • ll 70% di quanto investito deve essere destinato a strumenti finanziari emessi da imprese italiane. Ma anche da imprese europee, purché abbiano una stabile organizzazione in Italia.
  • Il restante 30% può essere destinato ad altri strumenti finanziari, anche ai conti correnti o ai conti deposito.
  • Il 30% del primo 70% (quello da destinare alle imprese italiane o europee stabilite in Italia) deve essere investito in strumenti emessi da imprese diverse rispetto a quelle incluse nel FTSE Mib. E cioè verso aziende di dimensioni minori (PMI), come quelle quotate nei segmenti MidCap (il paniere dei titoli a media capitalizzazione), Star (il segmento delle società ad alti requisiti), Standard o sul mercato AIM.
  • Non più del 10% del portafoglio può essere destinato a strumenti emessi dallo stesso emittente.

Come possiamo vedere i portafogli dei PIR sono abbastanza bilanciati, tuttavia dobbiamo notare che per avere il vantaggio fiscale è necessario mantenere l’investimento da qui a 5 anni e questo è rischioso dopo un decennio di crescita ininterrotta dei mercati finanziari globali (uno dei periodi di crescita più lunghi della storia e la probabilità che esso prosegua per altri 5 anni non è sicuramente elevata anche se non impossibile, soprattutto in un periodo dove la crescita è alimentata dalla politica espansiva della BCE promossa da Draghi che però terminerà il mandato nel 2019 ed il successore potrebbe modificare la politica della banca centrale). Se la crescita dei mercati non dovesse proseguire in questi 5 anni è si possibile vendere i PIR ma in questo caso non si avrebbe nessun vantaggio fiscale.

Le commissioni sui PIR

Questa è la questione di fondo, a fronte di un’agevolazione fiscale del 26% solo su eventuali guadagni e solo dopo 5 anni, le commissioni di gestione bancarie sui PIR sono sempre presenti (anche in caso di perdite) e sono calcolate su tutto il patrimonio investito (mentre lo sgravio fiscale è solo sui guadagni), inoltre sono presenti commissioni o di ingresso o di uscita che vanno dal 2 al 4%.

Per quanto abbiamo detto c’è una considerazione matematicamente certa: se l’investimento rimanesse costante o fosse negativo (cioè se nei 5 anni il mercato scendesse o rimanesse stazionario) le commissioni dovranno essere pagate in ogni caso mentre non ci sarebbe nessuna agevolazione fiscale (che è presente solo in caso di guadagno), quindi in questo caso i PIR avrebbero il solo effetto di amplificare le perdite (appunto per le commissioni).

Quindi in caso di investimento con andamento costante, partendo da un investimento di 10 mila euro, con i PIR a fine investimento il capitale sarebbe circa 9 mila euro (-10% per via delle commissioni senza nessuna agevolazione fiscale non essendoci guadagno) mentre investendo in autonomia il capitale sarebbe ancora 10 mila euro senza nessuna perdita (tralasciando la tassazione del deposito titoli presente in ogni caso ma di impatto minimo).

Analogo ragionamento in caso di andamento negativo degli investimenti dove investendo in autonomia si avrebbe la sola perdita causata dall’andamento dei titoli mentre con i PIR la perdita dei titoli si sommerebbe alle commissioni pagate.

esempio in caso di guadagno in 5 anni:

  • Investimento iniziale: 10 mila euro -4%(commissione ingresso)= 9600 euro netti investiti
  • Commissione gestione annua: 1,5%
  • Guadagno costante del 10% annuo
  • Tassazione sui guadagni nulla dopo o oltre 5 anni (26% negli anni precedenti)

In questo caso abbiamo la seguente situazione:

  • 1° anno –> 9600euro + 10% (960euro) – 1,5% (160euro) = 10400 euro
  • 2° anno –> 10400euro + 10% (1040euro) – 1,5% (170euro) = 11270 euro
  • 3° anno –> 11270euro + 10% (1127euro) – 1,5% (185euro) = 12210 euro
  • 4° anno –> 12210euro + 10% (1220euro) – 1,5% (200euro) = 13230 euro
  • 5° anno –> 13230euro + 10% (1323euro) – 1,5% (220euro) = 14333 euro

In questo caso otterremmo un guadagno del 43% circa, cioè 4300 euro circa netti senza tassazione del 26% per l’agevolazione PIR (ovviamente a patto di mantenere l’investimento fino al 5° anno, altrimenti al guadagno degli anni precedenti va sottratta la tassazione del 26%).

Cosa succede se investiamo autonomamente senza agevolazione PIR e senza commissioni:

  • Investimento iniziale: 10 mila euro (commissioni zero)
  • Nessuna commissione di gestione annua
  • Guadagno costante del 10% annuo (come caso precedente)
  • Tassazione sui guadagni al 26% sempre

In questo caso abbiamo la seguente situazione:

  • 1° anno –> 10000euro + 10% (1000euro) = 11000 euro
  • 2° anno –> 11000euro + 10% (1100euro) = 12100 euro
  • 3° anno –> 12100euro + 10% (1210euro) = 13310 euro
  • 4° anno –> 13310euro + 10% (1330euro) = 14640 euro
  • 5° anno –> 14640euro + 10% (1465euro) = 16100 euro
  • Guadagno lordo 61% cioè 6100 euro a cui va applicata la tassazione del 26%

In questo caso otterremo un guadagno di 6100euro – 26%(1585euro) = 4500 euro netti circa cioè il 45% netto.

Si evince che l’agevolazione fiscale dei PIR viene erosa dalle commissioni, portando ad un risultato analogo all’investimento autonomo senza agevolazione fiscale.

Conclusioni

Dagli esempi precedenti si evince quanto segue:

  • in caso di andamento costante o negativo dei mercati, i PIR presentano un ritorno negativo rispetto all’investimento diretto nei mercati a causa delle commissioni di ingresso e di gestione
  • in caso di andamento positivo dei mercati entro i 5 anni il ritorno è negativo rispetto all’investimento diretto in titoli perchè non si può utilizzare l’agevolazione fiscale e le commissioni erodono i guadagni
  • in caso di andamento positivo dei mercati oltre i 5 anni l’investimento nei PIR o diretto nei titoli è analogo, il risparmio fiscale è analogo alle commissioni di gestione
  • NB le considerazioni precedenti valgono se l’andamento dei PIR è analogo all’investimento diretto in titoli, tuttavia le commissioni possono essere giustificate da una gestione ottimale del fondo PIR che grazie alla bravura del gestore sovraperforma il mercato (cioè nel caso il fondo avesse un andamento migliore rispetto al benchmark di mercato). In questo caso una minor perdita del fondo rispetto al mercato in caso di situazione avversa o un miglior andamento del fondo rispetto al mercato in caso di situazione positiva, potrebbe compensare i costi di gestione e portare a ritorni migliori rispetto all’investimento diretto. Ovviamente essendo fondi di nuova generazione non ci sono andamenti storici e la scelta deve essere fatta sulla fiducia del gestore, il consiglio è comunque di cercare un fondo che applichi le minori commissioni di ingresso (o che non le applichi totalmente) che rappresentano una zavorra iniziale che per il rendimento composto impattano su tutte le performance degli anni successivi.

Impatto sul mercato dei fondi PIR

A livello prettamente finanziario se i PIR dovessero avere successo tra il pubblico retail, questa sarebbe liquidità che si riverserà sui titoli italiani spingendo le quotazioni (visto che questi fondi sono obbligati ad investire la liquidità raccolta).

Da questo punto di vista (a prescindere o meno dall’adesione ad un PIR) se si ritiene che questi strumenti possano raccogliere molti capitali si più investire negli indici italiani (sia nel FTSE MIB che negli indici minori) nel modo che si preferisce:

  • scegliendo direttamente i titoli che riteniamo migliori.
  • utilizzando gli etf, che consentono con un singolo strumento di investire nell’intero indice senza commissioni di ingresso e con commissioni di gestione molto più basse dei fondi (intorno allo 0,5% annuo). In questo caso ricordiamo che su borsa italiana sono già presenti molti ETF sul FTSE MIB ed è anche presente un nuovo ETF sulle MID CAP.
  • utilizzando fondi (non PIR) che storicamente hanno avuto ottime performance sul mercato italiano che ovviamente hanno commissioni di gestione più alte degli ETF.
  • utilizzando i PIR stessi (che sono gli unici strumenti della lista che dopo 5 anni consentono l’agevolazione fiscale del 26% sui guadagni).

In realtà la legge sostiene che non è obbligatorio investire in un fondo PIR per ottenere l’agevolazione ma che basta aprire un deposito titoli PIR ed acquistare in autonomia i titoli che rientrano nelle caratteristiche dei PIR stessi per avere l’agevolazione, tuttavia sembra che ad oggi nessuna banca renda disponibile il servizio.

Altra nota da considerare è che dopo 10 anni di crescita ininterrotta dei mercati globali e con il termine delle politiche espansive della bce in vista, non è scontata l’ulteriore crescita dei mercati anche con questi nuovi strumenti.

sopra l’andamento degli indici FTSE MIB (+40%) e FTSE ITALIA MID CAP (+120%) negli ultimi 5 anni, la difficoltà del FTSE MIB è dovuta alla crisi bancaria del nostro paese (visto che la maggior parte degli istituti bancari si trovano nell’indice principale, se si risolvesse il problema dei crediti deteriorati l’indice principale potrebbe avere la possibilità di chiudere il gap).


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