Draghi a fine mandato: cosa ha fatto in dettaglio per salvare la zona euro

Da novembre 2019 il nuovo presidente della Banca Centrale Europea sarà la francese Christine Lagarde (ex direttore del Fondo Monetario Internazionale) che succede a Mario Draghi, il quale terminerà il mandato più importante della breve storia dell’istituzione europea (forse ad oggi l’unica istituzione funzionante e influente della zona euro che continua purtroppo ad essere un agglomerato di stati in continuo litigio tra di loro, a tutto vantaggio di Stati Uniti, Cina e Russia).
E’ doveroso evidenziare che il potere attuale acquisito dalla BCE è quasi totalmente da attribuire all’autorevolezza del Presidente Draghi che è riuscito in una mediazione (che a inizio mandato sembrava quasi impossibile) tra paesi del nord e del sud europa, senza il suo contributo oggi l’euro non esisterebbe e le conseguenze per tutti i paesi europei sarebbero state molto pesanti:

  • i paesi del nord dovrebbero far fronte a una forte rivalutazione monetaria che avrebbe impattato in modo negativo sulle loro esportazioni, cioè sulla crescita del PIL
  • i paesi del sud sarebbero sicuramente in default (perchè non in grado di ripagare il debito pregresso ) con conseguenze disastrose su potere d’acquisto e risparmi
  • senza una moneta comune, la ex zona euro non avrebbe più avuto la stessa importanza a livello globale e il mercato sarebbe ancora di più in mano a Stati Uniti e Cina, con i paesi europei divisi troppo piccoli per poter competere.

Ma nel dettaglio cosa ha fatto Draghi? Per capirlo è fondamentale sapere come funziona il debito pubblico degli stati: per gestire la spesa pubblica (pensioni, stipendi pubblici, infrastrutture, ecc ecc) ogni paese ha 3 possibilità:

  • 1 tassazione
  • 2 indebitamento
  • 3 creare nuova moneta da utilizzare per finanziare il debito usando la banca centrale: quantitative easing
  • l’alternativa è un sistema comunista dove lo stato gestisce ogni attività in modo centralizzato

Ovviamente un paese può limitare tassazione, indebitamento e creazione di moneta tagliando la spesa pubblica corrente che però ovviamente non potrà mai essere annullata (in italia e nei paesi del sud europa sicuramente potrebbe essere gestita in modo molto più oculato utilizzando i risparmi per detassare le imprese e diminuire l’indebitamento).
Per far fronte alla spesa pubblica quindi gli stati utilizzano in primis la tassazione, però quando questa diventa troppo elevata creando recessione e lo stato non vuole tagliare la spesa pubblica (per necessità o per consenso elettorale) ci si affida all’indebitamento (che però comporta il pagamento anche degli interessi essendo un prestito).

ESEMPIO
Ammettiamo che stia nascendo un nuovo stato (il cui debito iniziale è ovviamente 0) la cui spesa pubblica per il primo anno sia 100 e il governo decide di recuperare tutto tramite tassazione: per il primo anno quindi lo stato è in pareggio di bilancio e non è necessario ricorrere all’indebitamento (incasso da tassazione 100, spesa 100 –> 100-100=0 pareggio di bilancio senza debito).

Per il secondo anno la spesa pubblica dello stato passa a 120 ma il governo ritiene che aumentare la tassazione possa portare a recessione o alla perdita di consenso elettorale quindi limita la tassazione a 100 come per l’anno precedente. In questa situazione il bilancio dello stato è in deficit (tassazione 100, spesa 120 –> 100-120=-20 deficit) e per coprire il disavanzo lo stato deve ricorrere all’indebitamento di 20, recuperando denaro sul mercato pagando degli interessi (a breve vedremo come funziona).

Il terzo anno la spesa pubblica statale passa a 150 ma il governo mantiene sempre la tassazione a 100 quindi il deficit annuale è di 50 (150-100) da recuperare tramite indebitamento sul mercato.
In questa situazione se consideriamo l’indebitamento totale si arriva a 70 (50 dell’anno corrente + 20 dell’anno precedente).

Da qui si evince perchè il debito degli stati storicamente aumenta sempre e perchè considerare singolarmente il solo parametro del debito non è significativo se non lo si lega alla crescita del PIL, infatti l’aumento del debito non è un problema se ad esso si accompagna un adeguato aumento del PIL del paese perchè significa che il debito è utilizzato per investire, se invece al debito non corrisponde un’adeguata crescita del PIL significa che il paese sta spendendo male le sue risorse (quella che si chiama spesa improduttiva tipica dei paesi del sud europa che rende difficile trovare i capitali sul mercato per il debito stesso).

PARAMETRO DEBITO / PIL
Per quanto abbiamo detto quindi non si analizza mai il solo dato del debito di uno stato (che in genere sale sempre) ma si fa un’analisi del debito in rapporto al PIL (cioè alla crescita del paese).
Infatti se il PIL di un paese aumenta in linea con il debito, il paese in questione non avrebbe problemi a gestire l’aumento del debito (il maggiore debito sarebbe coperto dalla maggiore crescita), viceversa un maggiore debito per spesa improduttiva senza crescita non avrebbe copertura futura e il debito del paese in questione andrebbe in crisi sui mercati finanziari.

Matematicamente si tratta di una frazione calcolata in percentuale dove minore è la %, migliore è la situazione economica del paese. Non esiste un limite massimo al rapporto stesso ma generalmente si fa un paragone tra i vari paesi e possiamo indicare come 100% il valore massimo indicativo da non superare, onde evitare rischi sui mercati (l’italia è oltre il 130% e anche gli stati uniti hanno superato il 100%).

Facendo un esempio se nell’anno 1 il PIL di un paese è 100 e il debito è 80, il rapporto debito/PIL sarebbe 80/100=80%

Se nell’anno 2 il PIL passa a 110 e il debito a 88, il debito in valore assoluto è aumentato da 80 a 88 ma grazie all’aumento del PIL il rapporto debito/PIL sarebbe invariato 88/110=80%.
Quindi anche a fronte di un aumento del debito la situazione del paese è ottimale perchè tale debito ha contribuito alla crescita economica.

Se viceversa nell’anno 2 il PIL fosse passato a 105 e il debito a 88, la bassa crescita del PIL non sarebbe sufficiente a giustificare il debito contratto e il rapporto sarebbe 88/105=84% in peggioramento

COS’E’ FINANZIARIAMENTE IL DEBITO PUBBLICO DEGLI STATI E CHI LO DETIENE
Ma veniamo al punto dolente per l’opinione pubblica, cos’è finanziariamente il debito pubblico di uno stato e chi lo detiene? Cioè chi è che presta i soldi allo stato in cambio del pagamento degli interessi?
La risposta è molto semplice perchè chiunque può prestare denaro a qualsiasi stato del mondo in cambio di interessi tramite l’acquisto dei titoli di stato, quindi i titoli di stato sono il debito pubblico dello stato stesso.

Quando uno stato ha necessità di denaro (per finanziare la spesa o per rifinanziare debito pregresso in scadenza) effettua delle aste sul mercato primario dei titoli di stato, questi titoli possono essere acquistati da ogni singolo cittadino (tramite la propria banca o sim), dai fondi di investimento, dai fondi pensione, dalle banche, ecc ecc (quindi i soldi prestati agli stati sono i risparmi delle persone).
In pratica l’investitore presta denaro allo stato in cambio di interessi pagati dallo stato stesso a intervalli regolari, oltre alla restituzione del capitale iniziale a scadenza del prestito.
Esistono vari tipi di titoli di stato in base alla durata dell’investimento (mesi o anni) e alla tipologia di interessi pagati (fissi o variabili), ovviamente più è lunga la durata più i tassi sono elevati. I titoli di stato più comuni sono: BTP e BOT ma esistono molte più variabili (vedi tipologie).

Una volta emessi i titoli di stato (cioè una volta che lo stato ha incassato il capitale necessario tramite il mercato primario), essi vengono scambiati tra gli investitori sul mercato secondario (cioè in borsa, vedi titoli stato italiani quotati).
Quindi se un investitore ha acquistato un titolo di stato che scade tra 10 anni ma ha necessità di denaro può rivenderlo in borsa ad un altro investitore, questo mercato è trasparente allo stato il quale una volta emessi i titoli non restituirà più il denaro fino alla scadenza pattuita (durante la durata del finanziamento pagherà solo gli interessi), quindi un investitore per recuperare il denaro prima della scadenza lo deve rivendere in borsa ad un altro investitore.

Il problema principale si verifica quando il debito/PIL aumenta in modo smisurato, in questa situazione il mercato potrebbe ritenere che lo stato non sia in grado di ripagare a scadenza il debito contratto a causa del forte debito e della bassa crescita.
Quindi chi ha acquistato un titolo di stato cerca di rivenderlo sul mercato per paura che lo stato stesso non sia in grado di ripagare l’investimento iniziale. In questa situazione ovviamente ci sono pochi compratori sul mercato e molti venditori ed è molto probabile che la vendita del titolo di stato avvenga ad un prezzo molto più basso rispetto all’investimento iniziale, facendo registrare una perdita per l’investitore. Inoltre quando in borsa diminuisce il prezzo dei titoli di stato, aumentano i tassi di interesse (perchè gli interessi sono decorrelati rispetto al prezzo) e questo influisce sui tassi di interesse che lo stato deve pagare durante le nuove emissioni sul mercato primario, creando un circolo vizioso che può portare al fallimento dello stato stesso che non riuscirebbe più a finanziarsi sui mercati (approfondisci la situazione sui mercati del 2011, clicca).

Da qui può sorgere la domanda: perchè i governi non stampano denaro in base alla necessità (ma solo in parte come vedremo successivamente) evitando di creare debito? La risposta è in questo approfondimento (clicca)

COSA HA FATTO DRAGHI
Durante la crisi del 2011 dei debiti pubblici del sud Europa, gli investitori stavano vendendo in massa i titoli di stato in borsa (cioè sul mercato secondario) perchè il mercato riteneva che il debito di tali paesi era troppo elevato rispetto al loro PIL e il rischio era quello di non ottenere la restituzione del denaro prestato per l’acquisto dei titoli di stato. Come abbiamo detto in precedenza il mercato secondario è trasparente allo stato ma durante le aste sul mercato primario per recuperare capitali “freschi” i tassi di interesse si allineano al mercato secondario e più le vendite sul secondario sono elevate, più i tassi che lo stato deve pagare sulle nuove emissioni aumentano portando al default.

In questa situazione una banca centrale può intervenire sul mercato per calmierare la crisi utilizzando il quantitative easing che funziona in questo modo:

  • la banca centrale crea denaro dal nulla (ormai il denaro sono bit su server) e utilizza questo denaro per comprare titoli di stato sul mercato secondario (cioè in borsa) abbassando i tassi di interesse da pagare da parte degli stati durante le aste del mercato primario, essendo i tassi del primario legati al secondario (evitando default).
  • di contro il qe (fondamentale nel breve periodo per evitare fallimenti) porta a: inflazione o bolle finanziarie (la creazione di moneta aumenta appunto la massa monetaria in circolazione aumentando i prezzi nell’economia reale o sui mercati finanziari) e finanzia indirettamente la spesa pubblica che quindi porta gli stati “cicala” ad incrementare la spesa improduttiva ampliando il problema in futuro (dove anche un qe potrebbe non essere più sufficiente come successo in venezuela o argentina): vedi approfondimento sugli squilibri di lungo periodo del creare moneta (clicca)

Per le controindicazioni al punto 2 i paesi del nord europa erano contrari ad implementare un qe, posizione in parte condivisibile (perchè ricordiamo che i problemi europei sono stati creati da paesi con finanza allegra come il nostro) ma tuttavia un implosione dell’euro avrebbe creato sicuramente problemi molto maggiori rispetto alle controindicazione del qe, anche al nord europa.

A Draghi si devono riconoscere l’empatia e l’autorevolezza che hanno permesso di mediare tra posizioni molto distanti e riuscire ad implementare un QE insperato, anticipando la sua esecuzione con la celebre frase pronunciata a luglio del 2012 “whatever it takes” che salvò la zona euro e i risparmi di milioni di persone che sarebbero stati distrutti da litigi politici per due posizioni (entrambe legittime) ma in quel momento controproducenti per tutti.

GRAFICO SPREAD BTP BUND (clicca per allargare)
Lo spread BTP BUND rappresenta la differenza di interessi che paga l’italia rispetto alla germania per debiti a 10 anni, ogni 100 punti rappresentano l’aumento di un punto percentuale di interessi (es uno spread di 500 punti indica che l’Italia spende il 5% annuo in più di interessi rispetto alla Germania sul debito a 10 anni).

Quello che si è appreso in quegli anni e in quelli successivi è che il problema dell’europa sono gli stati nazionali: essi infatti sono la causa della crisi dei debiti del 2011, essi sono la causa della “non risoluzione” del problema nel 2012 ed essi sono la causa della prosecuzione della spesa pubblica improduttiva attuale. Il nostro continente dovrebbe parlare con una sola voce di un solo governo ma purtroppo chi ha la poltrona nei vari stati è molto restio a lasciare il potere e trova terreno fertile nel colpevolizzare sempre l’europa, europa gestita da loro stessi con risultati discutibili…

L’unica persona che in questo decennio ha fatto gli interessi di tutti i cittadini europei è appunto Mario Draghi, che a breve cederà un’eredità molto complicata da portare avanti.


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