PIL Italia

Nuovi dati sul PIL dell’Italia: crescita ferma

Dall’ISTAT giungono nuovi dati sullo stato di salute dell’Italia: PIL fermo a zero nel secondo trimestre del 2016!!!

Come interpretare questo dato?

L’economia mondiale e con essa ancor di più l’economia dell’Italia è dal 2008 e 2011 che sono in caduta libera con dati relativi al PIL che hanno conosciuto periodi davvero bui (PIL negativi).

In questi ultimi anni, gli sforzi dei Governi, della BCE e di tutti gli attori coinvolti sullo scenario politico e soprattutto economico mondiale hanno messo in campo le azioni necessarie alla ripresa che, seppur timidamente si è manifestata, infatti il PIL ha ripreso una lenta ma progressiva crescita nei Paesi industrializzati (storia a se hanno avuto i Paesi emergenti che hanno conosciuto cifre di crescita del PIL interessanti).

Anche il PIL dell’Italia ha mostrato dei segnali di ripresa, seppur di entità diversa da quelli che hanno conosciuto i PIL dei Paesi industrializzati ed in particolare quelli Europei.

La fotografia del PIL del secondo trimestre, mostra in tutta Europa un rallentamento, ma l’Italia resta fanalino di coda con un PIL pari a 0%, mentre la media europea arriva allo 0,3%.

In particolare si notano i seguenti dati del PIL:

Slovacchia: +0,9%

Spagna: +0,7%

Olanda: +0,6%

Belgio: +0,5%

Germania: +0,4%

Grecia: +0,3%

Portogallo: +0,2%

Austria, Italia e Francia: 0%

I malati cronici del vecchio continente, quali Grecia e Portogallo mostrano segnali positivi a differenza dell’Italia (seppur le dimensioni di questi Stati non siano paragonabili con quelle del Bel Paese), ma il dato non da indicazioni positive.

Certo è che va contestualizzato in ottica annuale, in tal caso l’Italia mostra un dato sul PIL con segno positivo (+0,6%), pertanto le speranze di rispettare le attese non sono del tutto da abbandonare.

Molteplici sono le cause del rallentamento, tra le più nominate compare la Brexit che a mio avviso è una finta motivazione, in quanto nel secondo trimestre nessun effetto avrebbe potuto avere sull’Italia, in primo luogo perchè la produzione è un dato frutto di lavoro dei mesi precedenti, in secondo luogo perchè le aspettative di un’esito negativo del referendum britannico non venivano scontate dai mercati, pertanto la scusante della Brexit è più un alibi.

La crisi delle banche ha un razionale molto più forte, seppur difficilmente può essere la causa di questo temporaneo rallentamento.

Un’analisi più ad ampio spettro dovrebbe contestualizzare questo dato nello scenario macroeconomico che vede il PIL dell’Italia crescere più lentamente rispetto al resto dell’Europa e che di conseguenza, crescendo poco il PIL europeo, quello italiano cresce resta a zero.

Ma perchè l’Italia, seppur abbia fatto i “compiti a casa” voluti dall’UE non cresce, mentre, Spagna e Portogallo crescono di più di noi pur NON avendo fatto “i compiti a casa” ? Si ricorda che il mese scorso l’UE stava per avviare una procedura di infrazione sul rapporto deficit / PIL eccessivo di Spagna e Portogallo poi arenata per non dare spazi ai movimenti anti -UE.

Sarebbe stato meglio non “fare i compiti a casa”?

La verità sta nel mezzo, perchè l’Italia ha applicato una politica di austerity parziale, infatti, i tagli non hanno colpito i veri sprechi del sistema Paese, come aveva iniziato a fare il Governo Letta (la lista degli sprechi di Cottarelli fu archiviata), quindi l’austerity si è applicata fino a rientrare nei numeri.

Un punto che interessa ai mercati che non rientra nel programma di austerity ma che in Irlanda ha prodotto frutti interessanti è l’aspetto fiscale.

L’Irlanda che ha vissuto una crisi del debito molto forte prima ancora che fosse manifestata quella del debito dell’Italia ha conosciuto una ripresa formidabile, basti osservare lo spread italiano rispetto al bund tedesco, attualmente intorno ai 120 punti base, mentre l’equivalente irlandese prossimo ai 40 punti base.

La strada maestra per l’Irlanda è stata quella di attrarre capitali da parte delle imprese abbassando l’imposizione fiscale tra il 10 ed il 15 %, contro un quasi 50 % dell’Italia.

Perchè un’impresa dovrebbe scegliere di investire in Italia piuttosto che in Irlanda (o in Gran Bretagna)? Razionalmente non ho una risposta, non basta il sole ed il mare ad attrarre stabilimenti di imprese che guardacaso (e.g. FIAT) spostano i loro quartier generali dall’Italia a Gran Bretagna ed Olanda che mostrano fiscalità decisamente più interessanti, sarebbe stato meglio ridurre quel 50% ad un misero 10/20% prima che fuggissero dall’Italia, oppure come sta succedendo portarlo direttamente a zero (visto che andando via l’incasso per l’Italia passa a zero!!!)???

Ancora una volta è la politica a dover rispondere, aspettiamo, sperando che non sia troppo tardi!

 

 

 

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