fallimenti

Fallimenti ed aiuti in Italia

I fallimenti di aziende italiane hanno caratterizzato la crisi iniziata nel 2007 in USA e sviluppatasi dal 2011 in Europa.

Il grafico tratto da un’analisi di Cribis mostra il trend dei fallimenti di aziende italiane fino al 2015 (in costante ascesa) negli ultimi anni.

fallimenti

fallimenti tratto da cribis

I macrosettori più colpiti sono stati l’edilizia. Seguono il commercio, i servizi e l’industria.

Nel 2015 la corsa ai fallimenti sembra rallentare. Infatti i dati del 2016 hanno mostrato un timido calo. Il trend continua anche nel 2017 con i primi segnali di una ripresa non ancora convincente.

Dalle analisi, sorprende che il numero maggiori di fallimenti si concentra al centro-nord. La Lombardia è in testa.

Numerosi anche i marchi storici che hanno portato i libri in tribunale, ultimi Melegatti (che per faide familiari, scelte sbagliate come il cambio dei colori, pubblicità costose e.g. Valerio Scanu, ora sembra salva) e Borsalino. Da un lato morsi dalla crisi per i ritardi (o talvolta mancati) dei pagamenti o dall’incapacità di innovare. O ancora per qualità dei prodotti non all’altezza, ma anche per gestioni finanziarie allegre o per scelte finanziarie sbagliate.

L’Italia a differenza del resto delle grandi potenze europee ha un tessuto industriale caratterizzato da numerose piccole e medie imprese, poche grandi. Questo implica che molti fallimenti passano in sordina perchè colpiscono piccole realtà locali da un punto di vista mediatico. Chiaro è che l’origine della crisi ha sempre radici nel passato. Quindi si è trattato dell’esplosione di un sistema piuttosto che di un evento occasionale. Non ultima la globalizzazione che inevitabilmente premia grandi marchi e spesso penalizza i piccoli. Questo è vero soprattutto in assenza di un elevato valore aggiunto nella qualità dei prodotti. Piccole aziende di qualità hanno tratto vantaggio dalla globalizzazione perchè riuscite a distinguersi soprattutto all’estero.

Ricordiamo il caso Ginori, fondata nel 1735. A seguito di scelte finanziarie sbagliate già dagli anni ’70, quando finisce sotto il controllo finanziario di grandi istituti di credito, portando a fare scelte industriali poco fortunate, con una crescita vertiginosa dei suoi debiti.

Che cosa ha fatto lo Stato in questi anni?

Nel caso delle banche, dietro la legiferazione europea sul bail-in, ha spostato gli oneri dei fallimenti dagli investitori direttamente sui risparmiatori. Un modo molto facile per scaricare costi su chi di responsabilità non ne ha, lasciando impuniti i veri responsabili. Il caso MPS, Banca Etruria, Popolare di Vicenza, Veneto Banca etc… sono ancora oggi ferite vive nella società italiana. Vero è che lo Stato ha evitato questa implosione sociale utilizzando denaro pubblico per ripagare chi aveva subito danni dalle perdite. Ma si è trattato di un palliativo  occasionale e poco orientato a risolvere alla radice il problema che potrebbe ripetersi. A rimetterci sarebbero sempre i contribuenti italiani.

Buona l’iniziativa dei PIR che riversano denaro su piccole e medie imprese italiane.

Un approfondimento è disponibile al link che segue sulla testata Wall Street Italia.

Ringrazio Elisa Prete dell’azienda Mexall di Scafati per il contributo fornito in fase di stesura dell’articolo.

 


Per ulteriori dettagli contattaci cliccando qui.

Questo scritto è redatto a solo scopo informativo. Può essere modificato in qualsiasi momento e NON può essere considerato sollecitazione al pubblico risparmio. Il sito web non garantisce la correttezza e non si assume la responsabilità in merito all’uso delle informazioni ivi riportate.

 

2 comments

  • Daniele

    Spesso si danno numeri all’otto sulle previsioni dell’inflazione.
    Per le previsioni sull’inflazione per esempio se ne dicono tante e se ne scrivono. Basta leggere le previsione errate (certificate) dell’ISTAT https://www.istat.it/it/archivio/200521.
    La faccio semplice:
    prendere i dati passati (indici dell’anno precedente) degli indici e poi pensare di aggiungere a quei dati un aumento percentuale. Questo sito fa proprio questo https://www.rivaluta.it/prev12.asp.

    Una cosa molto semplice ovvero prende gli indici passati e ci aggiunge una variazione (lo decide l’utente) percentuale.
    Per ottenere aumenti dell’inflazione simili a quelli che i geni dell’economia scrivono online (ci danno in Italia una inflazione pari all’1,8%) dovremmo avere aumenti mensili medi pari allo 0,3%. Non è possibile! Negli ultimi anni +0,3 è stato rarissimo.
    Ecco le prove https://www.rivaluta.it/dettaglio-inflazione-media.asp

    Parole parole parole.

    • Grazie per il contributo, ma l’ISTAT è il riferimento universale ed i calcoli vengono fatti su panieri debitamente elaborati ed ha una visione molto più globale rispetto a quella parziale che possiamo avere noi legata alla sola visione dei nostri stipendi.